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Appunti di una signora poco diplomatica


Diario scolastico


11 ottobre 2012

E sopra quella pagina... niente

 

Ho cominciato ad insegnare che avevo solo 19 anni; adesso ne ho 53: una laurea, una specializzazione post-laurea, due concorsi alle spalle, 34 anni passati nella scuola... anni in cui ho visto passare di tutto, provando a volte rabbia e a volte sconforto, ma impegnandomi sempre per fare bene il mio lavoro e contribuire, nel mio piccolo, al mantenimento della dignità mia e della Scuola. Di ciò,  di aver anch’io contribuito con il mio lavoro ad evitare lo sfacelo, ne sono sempre più consapevole e ne vado fiera, anche se ormai il mio stipendio dice di me, di quanto vale la mia prestazione professionale, esattamente il contrario: non sono stata altrettanto brava a fare carriera, ma per la maggior parte siamo fatti così, noi insegnanti. Ci accontentiamo. Pensiamo a chi sta peggio e taciamo. Guai se cominciassimo a confrontare il nostro stipendio con quello di un qualsiasi consigliere regionale o deputato: dovremmo salire su qualche torre per  buttarci giù  o per spingere giù loro.
Invece, non accade niente per quella strana contraddizione interna che qualche sociologo prima o poi ci dovrà  spiegare: nella Scuola, luogo della conservazione e della trasmissione dei più retrivi valori borghesi, al massimo cattocomunisti, gli insegnanti non mollano, perché sono ancora capaci di sognare e sperare nel cambiamento. Crediamo nel cambiamento, concorriamo a promuoverlo, pur sapendo che altri distruggono  periodicamente, sistematicamente ciò che noi con molta fatica costruiamo. Grazie a noi la scuola italiana, nonostante tutto, mantiene. Siamo noi insegnanti che la reggiamo, sopperendo alle carenze del sistema, adattandoci creativamente, scommettendo quotidianamente su noi stessi e sui ragazzi che le famiglie ci affidano, la società ci affida, per farne donne e uomini, cittadine e cittadini attivi. Non ci sono altre risorse nella scuola se non noi: insegnanti e studenti, persone. Abbiamo capito, lo sappiamo da sempre, che la buona scuola è quella che si fonda sulla buona relazione. Non siamo in Danimarca o in Svezia, dove le scuole sono belle, accoglienti, funzionali, attrezzate. In Italia docenti e discenti siedono su sedie scomode, in aule troppo fredde d’inverno e troppo calde d’estate. Riusciamo a star bene comunque se “insieme” stiamo bene. Questa è la nostra forza, la forza che nessun ministro dell’istruzione ignorante o arrogante potrà toglierci mai.
Dunque, la scuola in Italia funziona così: i dirigenti la dirigono,  ma noi insegnanti la reggiamo anche quando le strutture sono fatiscenti, augurandoci che il piano di sicurezza funzioni durante le simulazioni di evacuazione, ma che non venga mai il terremoto. Se i dirigenti dirigono bene e ci danno l’esempio del lavoro svolto con responsabilità, competenza e senso di abnegazione (io sono fortunata ad avere una dirigente così) , noi ci sentiamo più motivati. Diversamente, reggiamo lo stesso, perché ci teniamo alla dignità personale e perché abbiamo giudici inflessibili e incorruttibili: i nostri studenti. Non possiamo farci le leggi ad personam per scamparla: se non funzioniamo, se non siamo giusti, preparati, onesti, semplicemente perdiamo in dignità. Questa è la differenza tra noi insegnanti e loro, i politici che legiferano sulla scuola, magari senza averla mai neanche frequentata, tagliano le risorse, ci tolgono i diritti, ci mortificano addebitando sempre alla scuola i malfunzionamenti della società.
La scuola pubblica, a dispetto di chi vorrebbe distruggerla, regge. Ha retto nonostante la Moratti,  Fioroni e la Gelmini… Noi insegnanti, da sempre, sopportiamo di tutto. La Gelmini, è vero,  suscitava tanta rabbia, ma bastava non guardare Porta a Porta per tenerla fuori. Abbiamo fatto finta che non ci fosse. Nonostante la sua pessima riforma e i tagli alle risorse, noi siamo sopravvissuti come insegnanti, lei no come ministro dell’istruzione. Diciamo che la Gelmini, come ministro, ha prodotto danni sociali di cui continueremo, come cittadini, a pagarne le conseguenze per molti anni; ma come insegnanti non abbiamo subito  danni psicologici personali. Sapevamo tutti di esserle superiori per formazione, cultura, esperienza nella scuola.   E’ bastato ignorarla e lei non è riuscita a pervertirci pur avendo reso proibitive le nostre condizioni di lavoro.
Al Ministro Profumo, invece, abbiamo noi voluto conferirgli autorevolezza. Gli era dovuta, dopo “quei” predecessori. Gliel’abbiamo offerta ancor prima di vederlo operare sul campo.  Ma ci risiamo. Premesso che nella scuola pubblica, da sempre, manca quasi tutto e che  gli insegnanti, nella stragrande maggioranza, si autofinanziano i materiali e gli strumenti didattici di cui hanno bisogno, oggi  mi è sobbalzato il cuore in petto vedendo per caso in TV uno spot del MIUR,  molto suggestivo, in cui Roberto Vecchioni,  con la sua bella voce suadente, dice che quando studiava lui c’erano solo i libri di carta e le lavagne con il gesso, mentre oggi c’è Internet, i libri elettronici, le lavagne digitali e bla bla bla…  Vecchioni, nello spot,  ricorda ai ragazzi il valore dello studio e bla bla bla, mentre scorrono immagini di studenti in una scuola superaccessoriata che io non ho ancora mai visto. Lo spot si conclude invitando tutti sul sito portaascuolaituoisogni. Oddio, come no? Ci vado anch’io, di corsa. Del resto, ricordo bene, il ministro Profumo, nel maggio scorso, dopo l’attentato alla scuola di Brindisi,i ha inviato alle scuole  una bella lettera (che io ho letto  solennemente in classe) in cui rassicurava i ragazzi dicendo che non li avrebbe lasciati soli e che presto avrebbero visto grandi cose.  
Corro al mio pc e cerco il sito,  immaginando di trovare sorprese  esilaranti:  fondi e risorse per spazzare via gessi e lavagne, premi speciali per le scuole in cui la didattica innovativa è finanziata dagli stessi  insegnanti, riconoscimenti e medaglie al valore ai docenti  che non si sono lasciati devastare moralmente dal governo Berlusconi, almeno un piccolo pensiero per gli insegnanti pendolari che versano buona parte del già magro stipendio per il pagamento delle accise sulla benzina… Invece…
Il vuoto assoluto. Apro la pagina portaascuolaituoisogni.it e leggo: “seguici su tumblr”. Chi sono “coloro” che dovremmo seguire su tumblr? Clicco e si apre una pagina intestata: Francesco Profumo!
E’ lui, il nostro ministro dell’Istruzione che dice “seguici” usando il plurale maiestatis per portarci… a lui. Ecco, io ci sono, permesso? In questo spazio virtuale disadorno e freddo campeggia il suo nome. C’è, ad accogliere gli ospiti, il nostro ex collega, Roberto Vecchioni, ormai professore in pensione che adesso presta la voce al potere di turno senza farsi scrupolo di prendere noialtri insegnanti, ancora sognatori,  per il culo.  Dopo aver deprivato la scuola di tutto e svalorizzato i docenti,  chiedono che i nostri studenti vadano a portare i loro sogni là, per dare contenuto e senso al vuoto d’idee  del ministro che manco si è sprecato nel “benvenuto sulla mia pagina” di rito. E no, caro ministro, io non dirò ai miei studenti di portare i loro sogni su quella pagina a lei intestata. Io, quando presto ascolto ai miei studenti, non mi faccio propaganda e non permetterò che lei se la faccia a loro (e nostre) spese. Ci dica, piuttosto, quanto “ci” costa questa “sua” campagna  di propaganda personale. Saprò dirle, in cambio,  quante lavagne digitali si sarebbero potute comprare.


22 novembre 2008

LETTERA DI UNA PROFESSORESSA AD UN ALUNNO ROMENO

   Caro Constantin,
ti chiedo scusa se questo non è più il Paese che sognavi. La vergogna di essere un’insegnante della scuola italiana, è diventata un peso troppo grave, che mi spinge in un precipizio di dolore... Come te, mi sento vittima della situazione politica di questo Paese che ci sta riportando indietro, costringendoci a rivivere la stessa angoscia del giorno in cui abbiamo letto in classe le pagine di Primo Levi. Tu non conoscevi ancora molto bene la nostra lingua, ma capivi…
   Non c’è stato bisogno di corsi speciali o classi-ponte per capirci, perché i tuoi occhi, da subito, mi hanno detto tutto ed anche i tuoi compagni ti hanno accolto con la semplicità e l’immediatezza dei ragazzi, con la curiosità di chi s’aspetta un dono dal fratello venuto da lontano. E tu ci hai fatto conoscere la tua terra, ci hai raccontato com’era la tua vita in Romania con un reddito familiare inferiore a 200 euro al mese.
   Siamo entrati, grazie a te, nella scuola che frequentavi e nella fattoria dei nonni che tanto ami e che ti mancano più di ogni altra cosa. Abbiamo capito che da noi hai trovato qualcosa in più, ma ci siamo anche resi conto di quanto hai perso. Perciò ti siamo stati più vicini: capivamo che le scarpe nuove e la giacca a vento, che in Romania non potevi permetterti, non ti bastavano a colmare il vuoto delle persone care da cui ti eri allontanato.
   Come insegnante, sin dal tuo arrivo l’anno scorso, nella prima classe di un Istituto Tecnico Industriale, ho apprezzato la tua correttezza, la voglia di fare, l’impegno. Ti osservavo, come osservavo gli altri alunni, attenta a che nessuno, involontariamente, ti ferisse. Qualcosa nell’aria stava cambiando. I giornali tendevano già ad amplificare certi fatti di cronaca in cui erano coinvolti gli immigrati, concorrendo a preparare il terreno all'assurda campagna “per la sicurezza” che avrebbe determinato la vittoria della destra.
   Mentre a scuola insegnavo a te ed ai tuoi compagni la comune origine latina delle nostre lingue, qualcuno – altrove – meditava la separazione, enfatizzando le differenze della lingua.
   Per quanto la nostra aula ci mettesse al riparo da ogni scempio culturale prima ancora che sociale, i mostri cominciavano ad attaccarci sempre più nel vivo. 
  Abbiamo assistito, inebetiti, ai vari provvedimenti del Governo che spingevano l’Italia, inesorabilmente, verso una deriva razzista sempre più insopportabile ed urtante. Pensavamo  che la Scuola ne sarebbe rimasta indenne, per principio, in quanto luogo dell’educazione e del progresso civile. Ci siamo illusi. Del resto, lo sappiamo bene, la scuola è sempre, in ogni dittatura, l'istituzione più colpita, quella maggiormente controllata.
   Ti chiedo scusa, Constantin, per l’acquiescenza della classe docente che non osa ribellarsi all’ingerenza disastrosa del Ministro degli Interni nella didattica, minando il principio della libertà d’insegnamento.
   Ti chiedo scusa per tutti gli Italiani che non osano chiedere a gran voce le dimissioni di una Ministra dell’Istruzione così inetta da accettare lo snaturamento del suo stesso Ministero, rendendolo asservito alle politiche razziste di un partito che, da solo, rappresenterebbe soltanto una frangia estremista di fanatici anti-italiani da tenere a debita distanza dalle istituzioni. Mai prima d’ora s’era visto che un Ministro degli Interni dettasse le regole dell’istruzione e questo la dice lunga sul processo di fascistizzazione che è in atto nella scuola. E, dunque, ti chiedo scusa anche per i Dirigenti Scolastici, ormai calati nel ruolo di meri burocrati, esecutori degli ordini, incapaci di divenire una categoria professionale in grado di esprimersi, di produrre idee e non solo carte, di riempire di un qualche senso il loro ruolo; i nostri Dirigenti: sempre uguali, oggi come ieri, come quelli che cacciarono gli Ebrei dalle scuole italiane perché l’ordine era arrivato; zona grigia asservita, da sempre, ad ogni potere.
   Ti chiedo scusa, inoltre, per i nostri esimi studiosi e docenti universitari: i Pedagogisti, in primo luogo, per lo più ammutoliti, quasi inabissati chissà dove, forse epurati, o troppo intimiditi; e poi i dottori in Psicologia, gli scienziati della Formazione, gli esperti della Didattica, della Metodologia e della Valutazione… Non so e non posso dirti dove siano finiti. Tacciono da lungo tempo, almeno da quando la politica decise di fare della Scuola non più il centro della formazione e dell’educazione delle persone, ma la produttrice di lavoratori a basso costo.
   Ti chiedo scusa anche per Giovanni Floris e per il suo libro ambiguo, pubblicato al momento giusto, in cui non si capisce bene se a fabbricare gli ignoranti siano stati i professori o coloro che hanno voluto riprodurre nella scuola i tempi e i ritmi della catena di montaggio. Non dice Floris quanto la disfatta della scuola sia fruttata alle imprese. 
   Infine, Constantin, ti chiedo scusa perchè oggi ti senti tradito dalla scuola italiana che passivamente sta accettando l’apartheid degli stranieri.
   Per quanto mi riguarda, posso dirti che mi batterò sino all’ultimo respiro perché ciò non accada. Ma anche tu, per favore, non smettere di credere che il tuo futuro, in Italia, sarà migliore.
                                                                               La tua professoressa di italiano


20 settembre 2008

DALLA PUBBLICA ISTRUZIONE AL MINISTERO DELL'INCULTURA PURA

Nata nel 1973, la ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini vanta un curriculum politico di tutto rispetto: in Forza Italia sin dal 1994, Presidente del Consiglio Comunale di Desenzano dal 1998 al 2002, Assessore della Provincia di Brescia dal 2002 al 2005 (prima al Territorio e poi all’Agricoltura), Consigliera Regionale della Lombardia dall’aprile del 2005, Coordinatrice Regionale di Forza Italia in Lombardia (nominata da Silvio Berlusconi nel maggio dello stesso anno), eletta nel 2006 alla Camera dei Deputati, riconfermata nel 2008 e nominata (sempre da Berlusconi) ministro dell'Istruzione Università e Ricerca scientifica.

Sciorinato nel sito del Ministero, il curriculum della Ministra dell’Istruzione suona di per sé come un avvertimento: pare voglia dire a tutti gli insegnanti - immessi in ruolo e precari di ogni ordine e grado, specialisti e specializzati, vincitori di uno o più concorsi a cattedre, plurilaureati e persino pluriabilitati – che studiare è una perdita di tempo, in quanto risulta molto più proficuo fare il consigliere comunale: da lì si comincia per diventare ministro. Per quella via, d’altronde, si sono formati anche coloro che oggi tanto parlano di meritocrazia.

Inutile perdersi in discorsi pedagogici e aggiornamenti vari in didattica, metodologia e  docimologia; gli insegnanti devono meritare questo lavoro, perché – come dice la Ministra - l’insegnamento non è da tutti, l’insegnamento è una missione.

In questo spirito e con questa convinzione Ella ha decretato la necessità del ritorno al maestro unico nella scuola elementare. Di fatto, solo un missionario, meglio ancora se votato al martirio, può accettare di farsi possedere dagli alunni e di diventare per loro un “solido tondino di ferro”, così come auspicato dal sociologo Giuseppe De Rita, in armonia con i Programmi di 53 anni fa.

Via dunque i tre maestri dalla scuola elementare e, di conseguenza, via anche i tre ambiti disciplinari, quelli della scuola vecchia dei Programmi del 1985, perché la Gelmini vuole una scuola al passo con i tempi. Da qui la riesumazione del cadavere, il maestro-unico-tuttologo dei Programmi del 1955. Non importa se nel frattempo gli insegnanti si sono specializzati nei diversi ambiti disciplinari, in lingua straniera, in informatica e in didattica laboratoriale… Meglio un tondino che tre insegnanti tre. Punto.

Nella nuova scuola con l'insegnante unico sopravvivrà, ovviamente, quello con più anni di servizio, prescindendo dal curriculum professionale, perché è così che la Scuola si rinnova, rispettando anche il principio della meritocrazia. Sembra una contraddizione, ma non lo è per la   logica della Gelmini: il missionario agisce per fede, il docente-missionario dovrà seguire l'esempio di  Emilio Fede. E il merito sarà attribuito di conseguenza.

Forza incontrollabile della natura, l’uragano Mariastella sconquassa la Scuola italiana cancellando con raffiche violente anni di esperienza didattica ed organizzativa, di sperimentazioni e progetti innovativi, un bagaglio di opportunità che le nuove generazioni non conosceranno. In compenso ecco la grande innovazione: l’introduzione dell’Educazione Civica. Ma Mariastella ignora che questa disciplina si faceva e si fa ancora nelle scuole,  sotto un'altra denominazione nella scuola elementare (Studi sociali), anche in maniera trasversale nelle scuole superiori. Un po’ meno, forse, nei vari Ministeri. Vogliamo sperare che la Ministra, quando faceva la consigliera comunale a Desenzano, si documentasse un poco prima di deliberare.

Prescindendo dalla palese disinformazione sulla scuola, colpisce, di questa Ministra, la capacità decisionale e la sicurezza che manifesta durante le sue esternazioni. Mariastella è in grado di provocare sconvolgimenti articolando non ragionamenti, ma personalissime e poco argomentate opinioni. Mai prima d'ora i Ministri della Pubblica Istruzione decretavano facendo a meno di un progetto educativo, di minimi riferimenti alla pedagogia ed alla psicologia dell’età evolutiva. In compenso la Gelmini estrae ogni innovazione dall'ignoranza sul mondo della scuola e sul disagio dei minori. Solo così si può spiegare la convinzione di motivare i giovani allo studio facendo leva sul voto, o di potenziarne le capacità attentive e di autocontrollo agitando lo spauracchio del 5 in condotta.

In quanto alla didattica, i danni mi sembrano ancora maggiori: pensiamo ai rapidi cambiamenti in atto, allo sviluppo delle tecnologie, alle scoperte scientifiche, alle rivoluzioni geopolitiche. La trovata della Ministra che vuole bloccare per 5 anni i libri di testo appare come una sfida: Ella sfida gli insegnanti di Geografia, di Biologia, di Geografia astronomica, di Chimica, di Informatica, di tutto quel settore che è poi l’anello critico della nostra Scuola, quello in cui i ragazzi manifestano maggiori difficoltà di apprendimento, e li costringe a mettere in campo nuove strategie d’insegnamento utilizzando strumenti vecchi di 5 anni. Questo sarebbe il toccasana del nostro sistema formativo. Ma io, umile insegnante di Italiano, avrei difficoltà a spiegare persino la grammatica utilizzando un testo di 5 anni fa. Ignora, la Ministra, i mutamenti culturali intercorsi negli ultimi venti anni, lo spostamento progressivo verso obiettivi nuovi, il passaggio, che fino a ieri ritenevamo irreversibile, dal nozionismo dei vecchi eserciziari al ragionamento logico della grammatica funzionale ed all’importanza assunta dalle Scienze della Comunicazione. Una scuola al passo con i tempi richiederebbe strumenti costantemente aggiornati, non il congelamento quinquennale dei libri e dunque dei saperi.

Bisognerebbe sforzarsi, e non poco, per entrare nell’idea di scuola che ha la Gelmini. Ammesso che un’idea ci sia. Dal vuoto e dal niente la Ministra ha tirato fuori il grembiulino, la cui adozione, da oltre un decennio, era una scelta demandata alle singole scuole. Come dire: la Ministra, non avendo alcuna idea del nuovo e del necessario che c’è da fare, cancella anche quei minimi spazi decisionali che erano derivati dall'autonomia scolastica.

Ma proprio in questa assoluta mancanza d’idee sta la forza della Ministra Gelmini, che tutto spazza e tutti spiazza: insegnanti e genitori, dirigenti ed ispettori, pedagogisti e scienziati dell’educazione. Mai, in passato, il cambiamento, nel bene o nel male, era introdotto nella scuola senza che il Ministro di turno istituisse una commissione di esperti, talvolta anche di valore, per sentirne il parere, redigere qualche documento di discussione.
Ma quelli erano altri tempi: c’era ancora il Ministero della Pubblica Istruzione; oggi siamo al Ministro-fai-da-te del Ministero dell’Incultura Pura.


                       

Da Tafanus un'accurata biografia sulla Ministrella.


29 agosto 2008

SALVIAMO LA SCUOLA PUBBLICA

 



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29 maggio 2008

ARGOMENTAZIONI DOLOSE

Ebbene sì, lo ammetto: non sono colpose certe mie argomentazioni, ma dolose. Volute scientemente, didatticamente programmate. Come sfuggire al controllo e alla censura... come diventare liberi di pensare. E là, anche se lo spazio è angusto, io volo e li trascino, me li porto dietro, lontano, in alto. Da lassù vi osserviamo, vi analizziamo, vi giudichiamo: siete ridicoli, ignoranti, gretti, minuscoli. Ometti da poco e donnicciole che ci fanno vergognare di essere Italiani.

Lassù noi facciamo capriole e giravolte. Capovolgiamo i banchi e l'ordine che voi vorreste stabilire. Insegno a non dare niente per scontato. Insegno a mettere sotto la lente le vostre affermazioni, le menzogne e le contraddizioni. Insegno a comparare il presente col passato: siete gli stessi, siete ciò che eravate, nonostante le dichiarazioni democratiche strombazzate nei salotti televisivi e sui giornali.

Giriamo in tondo, ma giusto il tempo di arrivare in fondo. O al fondo. Attraverso la ricostruzione di una storia che nel passato è stata sanguinosa e vergognosa... ed oggi pure. Siete fascisti e disonesti nonostante l'immunità parlamentare.

Io faccio solo il mio dovere: vi smerdo. Difendo le giovani generazioni dai miasmi del vostro pensiero malato. Se non lo facessi, rimarrebbero vittime del vostro gioco al massacro, intrappolati senza scampo nei luoghi comuni che generano i pregiudizi razziali, nella semplificazione estrema dei problemi che induce all’obbrobriosa soluzione finale, nel dormiveglia che conduce al profondissimo sonno civile, nell'incultura che è il brodo di coltura in cui sguazzate.

Remo contro. E lotto quotidianamente per mettere al riparo qualche giovane mente dalle vostre devastazioni. Così contribuisco, per quel che posso, alla formazione dell'umanità futura. E, per quest’anno scolastico, consegno al mondo 67 antifascisti.


17 marzo 2008

UN TENERO RAMO SI E' SPEZZATO

Una mattinata di sole che è un bell'anticipo di primavera. Una mattinata che già si prospetta vivace, come al solito, con gli alunni della "classe terribile". Ma è sabato e sono più tollerante. 
Riprendo la lezione precedente: alcuni concetti devono essere ben chiari e che non ci sia confusione tra i termini. C'è una bella differenza tra storia e racconto; e facciamo attenzione  a non confondere la favola con la fiaba e con la fabula che è tutt'altra cosa...
So che questo è un passaggio difficile, noioso, ma è meglio insistere adesso e passar poi a vedere come ci si potrebbe divertire facendo l'analisi testuale.
La porta-finestra che dà sul giardino nel cortiletto interno è spalancata. Che bella fortuna quest'aula che ci consente di far lezione sentendo il profumo dell'erba!
Poi noto qualcosa di strano.
P. si agita nel banco e sicuramente sta armeggiando con il cellulare, contravvenendo al rigido regolamento della nostra scuola. Faccio finta di niente per non interrompere la lezione e quando il trasgressore mi chiede di uscire, gli faccio un cenno di sì con la testa.
Noto qualcosa di strano nella sua espressione: avverto subito che c'è qualcosa di serio, di molto serio.
Seguo con la coda dell'occhio i movimenti dei ragazzi seduti agli ultimi banchi.
P. è appena uscito e anche S. si alza e mi chiede di uscire.
Anche l'uscita in due è severamente proibita dal regolamento, ma comprendo che qualcosa non va e accenno un sì anche a S. 
Continuo la spiegazione, ma per poco. P. rientra e, guardando i compagni degli ultimi banchi, scuote la testa. Ha la faccia bianca come un cencio. Torna al suo posto a capo chino, le spalle curve. Gli chiedo che cos'è quella faccia. In quel mentre rientra S., in lacrime, e si precipita al suo posto.

La notizia era arrivata su un sms, incerta, confusa, contraddittoria. Non si sapeva ancora, ma si temeva il peggio. E invece il peggio è accaduto: un ragazzo, un loro amico, è morto. Diciassette anni e lo schianto su un dosso, durante un sorpasso azzardato con lo scooter. Era senza casco. Morto sul colpo.
Una nuvola grigia, pesante, densa di pioggia gelida, si addensa nell'aula che qualche istante prima appariva ridente.
Mi sento sola, dall'altra parte... Mi guardano in attesa che sia io a dire qualcosa e il loro sguardo è insieme smarrito, spaventato, sorpreso, addolorato... Che posso dire? Ho un nodo alla gola e su fatti così non c'è alcuna logica spiegazione.
S. continua a piangere e risuonano nell'aula silenziosa i suoi singhiozzi soffocati.
Sono, per certi versi, così bambini ancora. E mi sembra ingiusto quest'impatto brutale con una morte assurda.

In una bella mattina di primavera... In una bella mattina di primavera un tenero ramo si è spezzato.
Un'imprudenza, un attimo di leggerezza e una folata di vento se l'è portato.
Ma voi, ragazzi, fate in modo che questa morte ingiusta non sia inutile. Trasformate questo dolore, questo sgomento, in consapevolezza.




permalink | inviato da diario_estemporaneo il 17/3/2008 alle 19:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


27 febbraio 2008

DOCERE

 Quale potrebbe essere la massima soddisfazione per un insegnante?
Non lo stipendio, ovvio.

Quegli occhi, certo.
Occhi di ragazzi... che ti guardano, tacendo, ma ti fanno percepire i loro pensieri e le domande. 

E provi soddisfazione quando ti accorgi che, seguendo un loro silenzioso ragionamento, superano ogni disagio e finalmente ti pongono una domanda articolata.

Tu, insegnante, cerchi allora in te stesso una risposta. Non ci sono libri che possano aiutarti, né supplirti.

Ti raccogli, raccogli l'esperienza della tua vita, il dolore, gli ideali e i principi personali se ce li hai.  Li passi al vaglio severamente, evitando  bugie e improvvisazioni. 
Se riuscirai a dare una risposta a te stesso, prima ancora che a loro, potrai dire che, forse, sarai promosso.


7 settembre 2007

MAESTRE, PROFESSORI, VECCHIO PUZZO DI SCUOLA

    Sognavo di fare l'artista, la stilista di moda, la regista, l'inviata speciale, la poetessa maledetta...
   Sognavo di girare il mondo, di avere il cielo per tetto, di fermarmi sui ponti a dipingere i tramonti, di vivere avventure incredibili, di essere diversa 
dalle altre.
   Le altre
erano le studentesse col grembiule nero ed il colletto bianco dell'Istituto Magistrale, tutte uguali, con la faccia banale. Le vedevo quando andavano a scuola. Che schifo, pensavo, che facce di palla, queste future maestre. 
  Io ero ancora alle medie, frequentavo la gloriosa Tommaso D'Aquino, Scuola Media Sperimentale, dove c'era il tempo pieno con i corsi di moda femminile, giornalismo, teatro... ma per quegli  incredibili giri del destino, di lì a poco approdai anch'io in quell'Istituto che proprio non m'attirava, così angusto e piccolo-borghese da sentirmi soffocata. 
   La mia diversità era andata affanculo, mi ritrovai intruppata nel grembiule nero. Poi scoprii che come scuola non era male, così attenta al sociale, alle fasi e ai problemi dell'età evolutiva. 
   Mi scelsi compagne che non avevano la faccia di palla... non saremmo mai diventate maestre elementari, trasmettitrici di un sapere funzionale al sistema, nè avremmo mai giurato fedeltà alla patria. La nostra patria era il mondo intero. 
   Ci diplomammo nel '77, che è quanto dire... 
   A quei tempi il diploma era abilitante, che culo! La facoltà di Scienze della Formazione non era stata ancora inventata, e neanche esisteva la gogna della SISS. Cominciai dunque a lavorare come supplente, presi nel frattempo la licenza quinquennale e mi iscrissi a Sociologia. 
  Lavoratrice-studente, facevo la suppplente e insegnavo anche con passione, ma sognavo di fare la sociologa perchè non sopportavo il puzzo caratteristico della scuola. Più propensa a condividere i desideri dei bambini che non quelli dei vari Direttori Didattici, soffrivo a dover far scuola in un'aula chiusa coi bambini seduti nel banco e le carte geografiche appese alle pareti. 
   Non so dire perchè cambiai facoltà e mi iscrissi a Lettere e Filosofia. Forse mi lasciai influenzare da Roberto: sognavamo di diventare grandi poeti, di scrivere opere immortali...  Invece feci il concorso e passai in ruolo nella scuola elementare. Diventai ciò che proprio non avrei voluto, e poi mi laureai. 
   Rimasi dunque intruppata nella schiera delle donne che avevano indossato il grembiule nero e che, passate dal banco alla cattedra, propendevano per lo stile-maestra-elementare. Ce n'erano di sciatte e di ben curate, poche professioniste a dire il vero e, tra queste, alcune col complesso della prima-della-classe. Odiose.
   Mi chiedevo perchè ci fossero molte bidelle-femmine e maestre-femmine. Tanti direttori-maschi e segretari-maschi. Mi chiedevo perchè, nelle cariche elettive, il Collegio Docenti scegliesse quasi sempre quei pochi colleghi maschi, benchè noi femmine fossimo in netta maggioranza. Disistima personale? mancanza di tempo da dedicare alla scuola e alla carriera? Erano gli anni Ottanta-Novanta e le cose andavano più o meno così.
   No, non sarei rimasta nella scuola, luogo sostanzialmente impermeabile ad ogni riforma ed ogni cambiamento di programma. Più tardi ho compreso la contraddizione: non sono i docenti a determinare il vecchio puzzo della scuola, ma è la politica che non vuol farlo cambiare.
   Ho fatto un altro concorso, nel frattempo, e preso un'altra laurea per un'altra professione. Che dilemma: passare alle scuole superiori o dare un taglio e abbandonare la scuola per sempre?
   Inutile dirlo, sono rimasta nella scuola, uscita dalla schiera delle facce a palla, entrata in quella dei palloni. Puzzo di scuola ovunque, regole, regolamenti e circolari. Professoresse col rossetto e con gli occhiali, professori un po' tronfi con l'agenda elettronica e la 24ore. E persino nell'aula magna puzzo di scuola. 
   Ho cambiato Istituto, quest'anno sarà un'avventura nuova... 
  
Mi scuso con eventuali maestre, professori e professoresse che leggeranno questo post, ma è innegabile che la categoria dei docenti è ritenuta socialmente inutile per colpa nostra, per il nostro modo di essere e, anche, consentitemelo, per l'espressione delle nostre facce - che dovrebbero essere più allegre quando entriamo in classe - per il nostro look che - a mio avviso - dovrebbe essere un po' più colorato e, soprattutto, per la carenza di creatività nella didattica. 
E' indubbio che se il mondo va così è anche colpa nostra. Così pure ritengo che per ogni alunno che abbandona la scuola almeno un insegnante dovrebbe essere licenziato.

Buon anno scolastico!

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